Adiós, Charly

Se n’è andato anche Carlos Fuentes. Nel maggio del 2002 ho avuto occasione di intervistarlo per la rivista Pulp-libri, nel giardino dell’albergo milanese in cui soggiornava. Saranno state le cinque di pomeriggio e lui era reduce da una lectio magistralis all’Università cattolica. Per di più, ero l’ultimo di una serie di intervistatori e me lo immaginavo stanco e scarsamente motivato. Invece mi sono trovato di fronte una persona rilassata e molto bendisposta. Si è illuminato in volto quando ho detto all’interprete che non c’era più bisogno di lei e non ha fatto obiezioni alla presenza del microfono. Poi, sorseggiando il suo whisky con ghiaccio, ha cominciato a rispondere di buon grado alle mie domande. A seguire il testo dell’intervista preceduto da una breve introduzione.

Intervista a Carlos Fuentes
di Raul Schenardi

Forse il Nobel non glielo daranno mai, hanno sempre la scusa (contemplata nello statuto) che quei soldi non gli servirebbero, ma di tutti gli altri premi internazionali ha fatto incetta. I suoi numerosi romanzi, tra i più letti e incensati nel mondo ispanico, sono stati tradotti in tutto il mondo (in italiano si possono leggere La morte di Artemio Cruz, Aura, Le relazioni lontane, Gli anni con Laura Díaz, Il gringo vecchio, Orchidee al chiaro di luna), così come molti saggi (Geografia del romanzo e Tutti i soli del Messico), e gli studi dedicati alla sua opera costituiscono già una bibliografia impressionante. Carlos Fuentes, classe 1928, messicano, è uno dei nomi cruciali del cosiddetto “boom†della letteratura latinoamericana, oltre che uno straordinario “ambasciatore†culturale del suo paese e del subcontinente americano. Quanti volumi ci vorrebbero per raccogliere le interviste che ha rilasciato nella sua vita? Le probabilità che ho di non annoiarlo rivolgendogli domande inaudite devono essere bassissime… Oltre tutto, è reduce da un’applauditissima conferenza all’Università Cattolica di Milano e da una sfilza di colloqui e interviste. Decido di rompere il ghiaccio portandogli i saluti dello scrittore argentino César Aira, e vedo il suo viso illuminarsi – malgrado quell’impertinente, in un romanzo, abbia tentato niente meno che di clonarlo, convinto che “con 100 Carlos Fuentes si potrebbe prendere il potere mondiale†–, e scopro che non è affatto difficile come immaginavo entrare in sintonia con un monumento letterario, così parto con le domande.

È uscito in Spagna il suo ultimo libro, En esto creo, annunciato come un’autobiografia in forma di dizionario. A quanto pare lei vuole continuare a sorprendere critici e lettori con le sue sperimentazioni formali…

No… è stato in seguito a un invito dell’editore francese Grasset, per una collana inaugurata da Mauriac quarant’anni fa, e quando abbiamo preso accordi per il libro ho deciso di farlo in forma di dizionario, di scrivere un Credo; non è un’autobiografia, è piuttosto un Credo. E mi rifaccio a una tradizione antica come quella dei dizionari filosofici del XVIII secolo, o a esperimenti molto più recenti come quelli di Georges Steiner, Czeslaw Milosz o dello stesso Milan Kundera, che ha scritto un saggio di questo genere. Quindi non è affatto una novità, a volte in questo modo si ordinano molto bene le idee, tutto qui. Continua a leggere

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I miei viaggi a Tehuantepec. Intervista a Manuel Ãlvarez Bravo 1/2

Frida con globos parada (1931)

Pubblichiamo oggi la prima parte di un testo di Manuel Ãlvarez Bravo, il celebre fotografo messcano (1902-2002) considerato fra i più importanti di tutta l’America latina. In qualche modo ispirato dal movimento surrealista, buona parte della sua produzione è caratterizzata da una forte politicizzazione, nel quadro della rivoluzione messicana, ma come si evince anche da questa cronaca del 1982 non trascurò mai le tematiche legate al mito, al folclore e alla vita quotidiana del suo paese. In rete sono numerosi i siti dove è possibile vedere riproduzioni delle sue opere. Segnaliamo in particolare questo, questo e questo.

L’intervista è a cura dello studioso cileno Luis Roberto Vera e compare nel suo libro «Umbral y Horizonte. Ensayos sobre artes plásticas II (1982-1984)».

traduzione di Amaranta Sbardella

Andai a Tehuantepec negli anni Trenta. Ci sono stato in più occasioni ma feci lì la mia prima prova cinematografica, e questo per me ha un valore particolare.

Mi accompagnavano a volte Fernando Gamboa [pittore e museografo messicano; n.d.r.] e Jesús Bracho, il fratello di Julio Bracho [regista cinematografico messicano; n.d.r.]. Tutti viaggi di massimo dieci, quindici giorni. In quel periodo l’istmo di Tehuantepec era un noto ritrovo per molti artisti. Io lo scoprii grazie a Miguel Covarrubias e ci tornai anche con Diego Rivera; a lui piaceva molto e ci lavorò abbastanza: acquarelli, quadri a olio. Se non sbaglio, pure al Ministero della Pubblica Istruzione ci sono due o tre suoi murales: uno, stupendo, sta nel vano degli ascensori; da una parte ha dipinto lo Yucatán, dall’altra Tehuantepec. Sono affreschi piccoli ma davvero belli e risalgono appunto a quegli anni.

Mi sembra che era il 1929 quando Carlos Orozco Romero [pittore e muralista messicano; n.d.r.] andò a far visita a Mantel, il venditore di materiale fotografico (oggi c’è Rudinger), perché lui e Carlos Mérida [pittore e scultore di origini guatemalteche; n.d.r.] volevano allestire una mostra fotografica. Mantel gli fece il mio nome e Carlos Orozco Romero volle conoscermi e includermi nella mostra. E così esibii le prime fotografie. Io ero ovviamente incuriosito da eventuali reazioni alle mie opere, ma tutto quel viavai di gente sembrava interessato soprattutto alle fotografie più conosciute. A un certo punto, però, due signori si fermarono davanti alle mie foto e non la finivano di parlare tra di loro. Mentre mi avvicinavo per capire quello che si dicevano, mi videro e chiesero di chi erano quegli scatti. Risposi che erano miei. Si trattava del pittore Rufino Tamayo e di Francisco Miguel, un artista spagnolo che sarebbe poi morto in Spagna durante la guerra civile. Era pure scrittore e Tamayo gli chiese di recensire il mio lavoro. L’articoletto uscì sul rotocalco della domenica seguente. Rufino mi portò anche allo studio di Xavier Villaurrutia e lui scrisse il primo articolo importante della mia carriera, di modo che in realtà fu proprio lui a introdurmi nella vita artistica messicana.

La prima volta che andai a Tehuantepec feci solo fotografie, ma poi Carlos Chávez mi regalò una pellicola 35 mm da 300 metri. Ero arrivato primo al concorso della Tolteca e con quel premio di seicento pesos comprai la macchina da presa che aveva usato Tisse, l’aiutante di Ejzenštejn. Con quella cinepresa partii alla volta di Tehuantepec. Volevo solo fare una prova per vedere che potevo combinare con la macchina da presa in quel posto pittoresco che era l’istmo. Continua a leggere

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Roberto Bolaño: letteratura e apocalisse 2/2

Pubblichiamo la seconda parte di «Letteratura e apocalisse», saggio di Edmundo Paz Soldán che apre il volume «Bolaño selvaggio» (Senzapatria).

di Edmundo Paz Soldán

Ma ciò che all’inizio era una esplorazione del continente in un momento specifico, negli ultimi anni di Bolaño si generalizza al secolo XX, al mondo, alla condizione umana. In 2666, la città di Santa Teresa è un “cratereâ€, il buco nero del crimine multiplo senza soluzione. In un testo su Ossa nel deserto, del giornalista messicano Sergio González Rodríguez, al quale riconosce il suo aiuto “tecnico†e di indagine per la scrittura di 2666 (e che utilizza come un personaggio del romanzo), Bolaño scrive che il libro è “una metafora del Messico, del passato del Messico e dell’incerto futuro di tutta l’America Latina. Non è un libro nella tradizione dell’avventura, ma nella tradizione apocalittica, che sono le due uniche tradizioni che rimangono vive nel nostro continente, forse perché sono le uniche che ci avvicinano all’abisso che ci circondaâ€. Nel parlare del libro di González, Bolaño sembra che stia parlando del suo romanzo, con l’aggiunta che la metafora qui va molto più in là dell’America Latina. 2666 è l’avventura e l’apocalisse, disseminati in lungo e in largo per tutto il pianeta.

Il romanzo attraversa l’Europa, l’America Latina e gli Stati Uniti; copre quasi tutto il secolo XX, per andare a sfociare nel presente torbido di una città di frontiera in Messico. Bolaño utilizza il fatto macabro delle più di duecento donne morte negli ultimi anni a Ciudad Juárez – crimini ancora impuniti – non solo come simbolo della violenza nell’America Latina della post-dittatura, ma come metafora dell’orrore e del male nel secolo XX. Benno von Arcimboldi trova il suo destino di scrittore durante la seconda guerra mondiale, perché quel periodo storico è un altro di quei ‘crateri’ che sintetizzano tutto quello che c’è da sapere sull’orrore del secolo XX. Tanto la seconda guerra mondiale quanto le vittime di Ciudad Juárez/Santa Teresa sono legate a 2666 dal destino di un uomo che inizialmente, durante la guerra, diventa scrittore, e dopo, a Santa Teresa, si trasforma in uno scrittore scomparso che i critici cercano. Nel cammino che segna l’oscillazione tra il trovarsi e il perdersi della scrittura, si cifra il destino del XX secolo nella versione di Bolaño.

Nella quarta sezione del romanzo, La parte dei delitti, assistiamo a una litania di morti selvagge descritte con precisione clinica: “La morta fu ritrovata in un piccolo appezzamento di terreno abbandonato nel quartiere Las Flores. Indossava una camicetta bianca a maniche lunghe e gonna gialla al ginocchio, di una taglia più grandeâ€, è il primo caso, successo nel 199; l’ultimo, trecentocinquanta pagine dopo, chiude il secolo:

L’ultimo caso del 1997 fu abbastanza simile al penultimo, solo che invece di trovare il sacco con il cadavere nell’estremo ovest della città questa volta lo ritrovarono all’estremo est (…). Il corpo era nudo, ma dentro il sacco venne trovato un paio di scarpe di cuoio a tacco alto, di buona qualità, per cui si pensò che potesse trattarsi di una puttana.

Sono diverse le spiegazioni che vengono date in questa sezione per contestualizzare le morti. Alcune sono relazionate al narcotraffico; altre, a sette sataniche; alle condizioni economiche poverissime di una città di maquilladoras, frutto dell’interscambio asimmetrico di beni e lavoro tra le società industrializzate dell’economia globale e le società in via di sviluppo; al fatto che alcune delle vittime sono prostitute; alla condizione di povertà di molta gente nella regione.

Le donne sono operaie nelle maquilladoras, ricevono “stipendi da fame†che “tuttavia erano ambiti dai disperati che arrivavano dal Querétaro o dallo Zacatecas o dall’Oaxacaâ€. Continua a leggere

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Roberto Bolaño: letteratura e apocalisse 1/2

 

Continua a crescere l’interesse dell’editoria italiana nei confronti dell’opera di Roberto Bolaño. Dopo «L’ultima conversazione», pubblicata dalle Edizioni Sur, esce infatti in questi giorni per l’editore Senzapatria, nella traduzione di Giovanni Agnoloni e Marino Magliani, «Bolaño selvaggio».

In coda trovate l’indice del volume, che raccoglie, insieme al «Discorso di Caracas», pronunciato dallo stesso Bolaño in occasione del conferimento del premio Rómulo Gallegos, una serie di saggi di scrittori e critici latinoamericani e spagnoli.

A seguire, la prima parte di «Letteratura e apocalisse», il saggio che apre il volume, di Edmundo Paz Soldán, uno dei due curatori dell’opera, che ringraziamo insieme all’editore e al traduttore Marino Magliani.

di Edmundo Paz Soldán

In Apocalisse a Solentiname, Julio Cortázar esplora le possibilità dell’arte in America Latina: fornire una visione naïf della realtà oppure testimoniare l’orrore. Nel racconto il narratore, uno scrittore argentino di nome Julio Cortázar che vive a Parigi, si reca in Nicaragua nel bel mezzo della rivoluzione sandinista. Fin dal primo paragrafo, all’interno del personaggio affiorano le contraddizioni, che si riassumono nella difficoltà di conciliare un’arte legata al popolo con una scrittura difficile, d’avanguardia, ermeticaâ€.

Quando “Julio Cortázar†arriva all’isola di Solentiname, scopre le pitture dei contadini, che parlano di una realtà nella quale sopravvive un’unione dell’uomo con la natura, “ancora una volta la visione primitiva del mondo, lo sguardo pulito di chi descrive ciò che lo circonda come un canto di lodeâ€. Questa America Latina delle pitture contrasta con la sensazione del narratore nella messa della domenica, nella quale, seguendo i postulati della teologia della liberazione, il Vangelo è letto come se fosse parte della vita quotidiana dei contadini, “questa vita in permanente incertezza delle isole e delle terre ferme e di tutto il Nicaragua, e non solo di tutto il Nicaragua, ma di quasi tutta l’America Latina; la vita circondata dalla paura e dalla morte, la vita del Guatemala e la vita di El Salvador, la vita dell’Argentina e della Bolivia, la vita del Cile e di Santo Domingo, la vita del Paraguay, del Brasile e della Colombiaâ€.

L’arte naïf dei contadini non rende conto della paura, dell’orrore di vivere in America Latina durante gli anni Settanta. Però non è difficile raschiare la superficie e trovare le tenebre, il lato sinistro. Nel racconto il narratore, come un qualsiasi turista grato e commosso, scatta fotografie alle pitture e se le porta a Parigi. Lì, sistemato il proiettore, si mette a guardare le foto di Solentiname. All’improvviso, in tipico stile cortazariano, irrompe il fantastico che fa esplodere le strutture del realismo convenzionale: appare sullo schermo, al posto della pittura di un contadino, la fotografia di un ragazzo con una pallottola in fronte,†“la pistola dell’ufficiale che segna ancora la traiettoria del proiettile, gli altri ai lati con il mitra, un fondo confuso di case e alberiâ€. In seguito, ancora foto dell’orrore: “corpi stesi bocconiâ€, “la ragazza nuda a faccia in su e i capelli sul terrenoâ€, “facce piene di sangue e pezzi di corpo e corse di donne e bambini per una scarpata boliviana o guatemaltecaâ€.

La maggior parte delle foto rimanda alla violenza statale: ci sono uomini in uniforme sulle jeep, automobili nere paramilitari, torturatori in cravatta e maglione. È la violenza delle dittature del Cono Sud, in tempi di ‘guerra sporca’ e Operazione Condor. Cortázar, nella parentesi rivoluzionaria del Nicaragua sandinista, scrive un racconto sui limiti di certa arte come testimonianza di questo destino sudamericano, di questa violenza latinoamericana. Ciò che lo scrittore impegnato deve fare è, senza rinunciare al suo progetto artistico, senza semplificare i suoi ermetismi, confrontarsi con questa realtà atroce e rappresentarla. Nell’esercizio letterale del fotografo/scrittore in Apocalisse a Solentiname, si deve rivelare l’apocalisse che sta dietro i paesaggi bucolici e lo sguardo primordiale degli abitanti del continente. Continua a leggere

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La città delle prime narrazioni di Onetti

Presentiamo oggi, in occasione della recente pubblicazione per le Edizioni Sur del romanzo Gli addii, di Juan Carlos Onetti, un breve saggio sul tema della città nei primi racconti dell’autore.

L’autore, che ringraziamo, è Roberto Ferro, critico, scrittore, docente e ricercatore dell’Istituto di Letteratura Ispanoamericana della Facoltà di Lettere e Filosofia di Buenos Aires (UBA). Ha pubblicato, tra gli altri: «El lector apócrifo» (Ed. de la Flor, 1998) e «La ficción. Un caso de sonambulismo teórico» (Ed. Biblos, 1999).

Il testo è stato pubblicato negli Atti delle IX Jornadas de Investigación “Literatura Latinoamericana. Otras miradas, otras lecturas†(Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UBA, 1994) e poi nella rivista Contratiempo, di Buenos Aires.

di Roberto Ferro
traduzione di Violetta Colonnelli

La narrativa di Juan Carlos Onetti si estende dal racconto Avenida de Mayo-Diagonal-Avenida de Mayo, del 1933, al suo romanzo Quando ormai nulla più importa, pubblicato nel 1993.

Partendo dal presupposto che ogni corpus testuale è, in diversa misura, trasformazione, dislocamento, alterazione di altri testi precedenti, con i quali costituisce reti di relazioni, è possibile individuare alcuni tratti distintivi che attraversano l’intera narrativa onettiana: la messa in discussione della poetica realista di costruzione del referente, il predominio del frammento nella rappresentazione spazio-temporale, il protagonista scisso che genera uno spazio finzionale e si muove sui bordi instabili che lo limitano e lo costituiscono, la scrittura letteraria come possibilità di salvezza.

Queste guide di lettura, sotto un certo aspetto critico, appaiono come tracce continue, ma da un’altra prospettiva non emergono a opera terminata, bensì vengono alla luce come un prodotto in evoluzione, intessuto su altri testi, altri codici, articolato in questo modo nell’armatura di discorsi che costituiscono le nozioni sulla società, non in termini di logica deterministica, ma piuttosto per mezzo di citazioni. Continua a leggere

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XXXIV Convegno internazionale di americanistica

Si apre domani a Perugia il XXXIV Convegno internazionale di americanistica, organizzato dal Centro Studi Americanistici “Circolo Amerindiano†Onlus, che proseguirà fino al 10 maggio. Qui potete trovare il programma dettagliato degli incontri. Si svolgeranno inoltre altre attività collaterali a Padova (11 maggio), Salerno (14-16 maggio) e Roma (15 maggio). A Salerno, in particolare, si terranno incontri dedicati alla letteratura, di cui riportiamo qui di seguito il calendario e il programma.

Lunedì 14 maggio 2012, ore 16

Centro Studi Americanistici “Circolo Amerindiano di Salerno†- Via Francesco La Francesca 31, Salerno

Nicola Bottiglieri: La formazione della Patagonia nell’immaginario italiano.

Proiezione del docufiction: Per questi stretti morire, regia di B. Gaudino e I. Sandri, consulenza scientifica N. Bottiglieri, finalista Venezia 2010, Premio Festival della Montagna 2011.

Meri Lao: El burdel, mito, mistificación y mitomanía del tango.

Mario Prisco: Il viaggio di formazione: La straordinaria avventura di Jessie White Mario (Napoli, 2011).

Martedì 15 maggio 2012, ore 9.30

Università degli Studi di Salerno – Biblioteca della Facoltà di Lingue e Letterature straniere

Saluti

Ileana Pagani, Preside Facoltà di Lingue e Letterature Straniere
Sebastiano Martelli, Direttore Dipartimento Studi Umanistici
Paco Tovar, Presidente Asociación Española Estudios Literarios Hispanoamericanos
Romolo Santoni, Presidente Centro Studi Americanistici Circolo Amerindiano Continua a leggere

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I fantasmi di Donoso

Apparso per la prima volta nel 1978, ritorna in libreria per la casa editrice Cavallo di ferro in una nuova traduzione «Casa di campagna», considerato il capolavoro del grande scrittore cileno.

di Francesca Lazzarato

Che il Cile sia «terra di poeti», più che di grandi narratori, è un luogo comune assolutamente vero e a smentirlo non basta l’esistenza dei molti buoni scrittori del passato e del presente, di outsider come il geniale Pedro Lemebel o di astuti fabbricanti di best seller come Sepulveda e la Allende. Ci sono tuttavia almeno due eccezioni, due nomi che svettano su tutti gli altri: quelli di José Donoso e di Roberto Bolaño, autori differentissimi e appartenenti a generazioni diverse, ma entrambi collocabili senza esitazioni tra i più grandi romanzieri di lingua spagnola del ’900. L’immenso successo postumo del secondo negli Stati Uniti, complice il parere entusiasta di Susan Sontag (ma anche l’equivoco di una fantasiosa mitologia mediatica che lo ha presentato ai lettori americani come un nuovo Borges «maledetto», vittima della dittatura di Pinochet), è stato una delle sorprese di questi anni, tanto che, tradotto in tutto il mondo nonché amatissimo da un pubblico vasto e appassionato, oggi è forse più noto di Donoso, del quale aveva detto a suo tempo: «Ha scritto alcune opere notevoli, il resto non è granché». Un giudizio severo, che conferma i difficili rapporti di Bolaño con l’ambiente letterario cileno e che si potrebbe estendere a chiunque, incluso lui stesso, se si pensa a inediti non memorabili come quelli che vanno ora apparendo: l’ultimo è El tercer Reich, romanzo giovanile di cui neanche Jorge Herralde, che lo pubblicherà nel 2010, riesce a tessere un pieno elogio.

Malinconiche profezie

Qualunque cosa ne abbia detto Bolaño, l’opera di Donoso (una dozzina di romanzi, molti racconti, un bel libro di memorie) è di straordinaria qualità, anche se non sempre lo scrittore ha maneggiato con la medesima fermezza tutti i registri narrativi che gli piaceva sperimentare, cambiando stile, tecnica, strategie, e facendo di questi mutamenti una precisa scelta estetica. Inoltre Donoso è stato il primo autore cileno a riscuotere un autentico successo internazionale negli anni del cosiddetto boom latinoamericano, del quale viene considerato un esponente di primo piano, anche se le sue opere sembrano puntare in un’altra direzione e, come sottolinea il critico argentino Claudio Zeiger, si avvicinano più «ai belli e deformi di Mujica Lainez, ai divi e alle dive di Puig, al cinema di Ripstein e in parte di Almodóvar, che ai testi canonici del boom». Continua a leggere

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La paura emerge dal fondo delle ossa. Una lettura di José Donoso

Pubblichiamo una recensione di Stefano Gallerani (che ringraziamo) già comparsa su «Alias» del romanzo «Lucertola senza coda» di José Donoso, un altro autore che entrerà nel catalogo delle Edizioni Sur.

di Stefano Gallerani

Nella seconda metà degli anni Sessanta, presentandosi  un giorno negli uffici di Gallimard e qualificandosi come “romanziere messicanoâ€, pare che un giovane Carlos Fuentes si sia sentito apostrofare dalla segretaria di turno con un incredulo “Lei scherza?â€, tanto era imprevedibile – ed imprevista – l’esplosione che di lì a poco avrebbe portato alla ribalta della scena letteraria internazionale, insieme allo stesso Fuentes, il colombiano Gabriel García Márquez, il peruviano Mario Vargas Llosa e l’argentino Julio Cortázar. L’aneddoto, riportato da Angelo Morino nella premessa alla raccolta collettanea di saggi sulla narrativa latinoamericana Terra America (La Rosa, 1979), è tratto da Storia personale del “boom†(1972), dello scrittore cileno José Donoso (1924-1996), cronaca puntuale e soggettiva di quel fenomeno che, per dirla proprio con le parole dell’autore di Rayuela, non fu “una manovra commerciale montata dagli editori, come si è spesso ripetuto, ma la logica reazione capitalistica di fronte ad un repentino interesse dei compratori di libri nei confronti delle opere di autori nazionaliâ€.

Quasi in presa diretta, Donoso, che a quell’altezza vantava già i due romanzi (Il posto che non ha confini, del 1965, e L’osceno uccello della notte, del 1970; da noi per Bompiani) che gli valsero l’etichetta di faulkneriano gotico e psicologico, registrava i tratti principali di una generazione di scrittori-intellettuali divisi tra impegno politico e ripristino di una tradizione artistica in molti casi minore, quando non inesistente. Il loro impatto fu tale che, oggi, la storia letteraria del secondo Novecento non sarebbe la stessa se trascurassimo titoli come Cent’anni di solitudine, La casa verde, Cambio di pelle o I fiumi profondi; pure, paradossalmente, tra quei compagni di strada – per molti aspetti fisionomie diversissime l’una dall’altra – José Donoso fu quello che godette di minore fortuna sul lungo periodo: se si eccettua la pubblicazione, lo scorso anno, di una nuova versione di Casa di campagna (per Cavallo di Ferro), ambiziosa opera-mondo del 1978, il suo nome scomparve pressoché subito dai cataloghi italiani, così da relegare l’autore di Santiago del Cile al limitato ruolo di fugace comparsa nella nostra percezione del cosiddetto “rinascimento Sudamericanoâ€. Continua a leggere

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Come una febbre tossica, come una coltellata repentina

Pubblichiamo oggi un testo di Fabrizio Gabrielli sull’incontro fra Julio Cortázar e il pittore olandese Pat Andrea, da cui nacque un libro curioso: «La puñalada».

di Fabrizio Gabrielli

Tango e pugnalate: l’incredibile storia d’un incrocio del destino

1.

Uno può sceglierselo mica, il momento in cui scocca l’amore. Irrompe come una febbre tossica, una coltellata repentina, ineludibile, obbediente al solo dettame della Necessarietà.

Il seme, quel seme solo apparentemente abbandonato, è vero: germina a contatto con l’agognata e nondimeno inattesa goccia d’acqua. Eppure, se vuoi scorgere una logica, non è in quel primo miracoloso contatto che devi cercare. Ma nel successivo dipanarsi delle aggrovigliate volute, obbediente al solo dettame – stavolta sì – dell’inconfutabile disegno della Natura, per cui è tutt’un incastrarsi puntuale, Supremo Groviglio d’Ingranaggi. Lì, è solo lì, che potrai snidare la geometria di un’epifania. Continua a leggere

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Tracce per una biografia di Copi 2/2

di Stefano Casi

Presentiamo oggi la seconda parte del saggio di Stefano Casi su Copi.

Il 1966 è infatti l’anno del debutto in happening e performance che elettrizzano l’ambiente parigino dell’avanguardia artistica e teatrale, animato soprattutto da estrosi artisti immigrati.

È stata Martine Barrat a portarmi al teatro. Un giorno mi telefona all’«Observateur», dove facevo i miei disegni, dicendomi che vuol fare la «Femme assise», ha già il vestito e si è già fatta fare un costume da «pollo». Vado al Centre Américain, dove lei lavorava con Graziella Martínez, e gli propongo, se vogliono, di scrivere per loro un vero «sketch». Martine ha telefonato a Lavelli, che doveva essere il regista, e a Arrabal, che doveva essere l’interprete. Non ci conoscevamo. (…) Arrabal aveva troppa paura di recitare nella vasca da bagno, cioè nel solo elemento scenico di Graziella Martínez, l’equivalente del mio frigorifero, e ho dovuto sostituirlo. Era la mia prima interpretazione.

Lo sketch è Sainte Geneviève dans sa baignoire, con la sua stessa interpretazione e con la regia di Lavelli, che sarà il regista più costante nella frequentazione della drammaturgia di Copi. Pochi mesi dopo vanno in scena altre performance scritte da Copi, tra cui L’alligator e Le thé, dirette questa volta da Savary nell’ambito del festival dell’Unef, l’organizzazione nazionale studentesca. Si tratta di opere di cui non rimangono testi scritti, che probabilmente non sono mai esistiti (ma di cui a volte si possono rintracciare spunti nei vari disegni).

[Le thé] aveva dei temi cechoviani su Hilcia d’Haubeterre. Jérôme ci serviva del tè. Io dicevo: «Che bel tempo». E tre minuti dopo: «Che tempo pesante». Dopo tre minuti lei saltava sulla sedia e gridava per tre minuti. Cambiavamo posto, lei si risiedeva. Era come quelle novelle inglesi, dove ci si incontra in una stazione. Io dicevo: «Ho una sorpresa per lei». Le versavo la teiera sulla testa, e la inzuppavo. Era tutto qui. Poi si faceva la colletta, con la teiera.

Alla fine del 1966, sempre con la regia di Savary, Copi compare in scena come tanguero muto nella rappresentazione del testo di Arrabal Le labyrinthe. Nel 1968 compone finalmente la sua prima commedia vera e propria, La journée d’une rêveuse, che vede la luce al Théâtre de Lutèce, ancora una volta con la regia dell’amico-complice Lavelli, e viene pubblicata in contemporanea da Christian Bourgois, un altro amico che da questo momento diventa il principale editore del teatro di Copi. La pièce presenta tutte le tematiche personali caratteristiche del suo autore: il gioco della vita e della morte, il sesso, la maternità (già fin d’ora mescolata con la morte dei figli), ma ha un sapore da commedia tra l’assurdo, il surrealista e il simbolista. Un vero unicum nel corpus teatrale di Copi. Saranno i venti di nuove istanze sociali e culturali imposte dal maggio del ’68, che determinano una svolta dell’intero ambiente intellettuale parigino, a reindirizzare la drammaturgia di Copi verso altre strutture e verso altri linguaggi. Fin dalla seconda opera, che va in scena nel 1970: Eva Perón. Continua a leggere

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