Se n’è andato anche Carlos Fuentes. Nel maggio del 2002 ho avuto occasione di intervistarlo per la rivista Pulp-libri, nel giardino dell’albergo milanese in cui soggiornava. Saranno state le cinque di pomeriggio e lui era reduce da una lectio magistralis all’Università cattolica. Per di più, ero l’ultimo di una serie di intervistatori e me lo immaginavo stanco e scarsamente motivato. Invece mi sono trovato di fronte una persona rilassata e molto bendisposta. Si è illuminato in volto quando ho detto all’interprete che non c’era più bisogno di lei e non ha fatto obiezioni alla presenza del microfono. Poi, sorseggiando il suo whisky con ghiaccio, ha cominciato a rispondere di buon grado alle mie domande. A seguire il testo dell’intervista preceduto da una breve introduzione.
Intervista a Carlos Fuentes
di Raul Schenardi
Forse il Nobel non glielo daranno mai, hanno sempre la scusa (contemplata nello statuto) che quei soldi non gli servirebbero, ma di tutti gli altri premi internazionali ha fatto incetta. I suoi numerosi romanzi, tra i più letti e incensati nel mondo ispanico, sono stati tradotti in tutto il mondo (in italiano si possono leggere La morte di Artemio Cruz, Aura, Le relazioni lontane, Gli anni con Laura DÃaz, Il gringo vecchio, Orchidee al chiaro di luna), così come molti saggi (Geografia del romanzo e Tutti i soli del Messico), e gli studi dedicati alla sua opera costituiscono già una bibliografia impressionante. Carlos Fuentes, classe 1928, messicano, è uno dei nomi cruciali del cosiddetto “boom†della letteratura latinoamericana, oltre che uno straordinario “ambasciatore†culturale del suo paese e del subcontinente americano. Quanti volumi ci vorrebbero per raccogliere le interviste che ha rilasciato nella sua vita? Le probabilità che ho di non annoiarlo rivolgendogli domande inaudite devono essere bassissime… Oltre tutto, è reduce da un’applauditissima conferenza all’Università Cattolica di Milano e da una sfilza di colloqui e interviste. Decido di rompere il ghiaccio portandogli i saluti dello scrittore argentino César Aira, e vedo il suo viso illuminarsi – malgrado quell’impertinente, in un romanzo, abbia tentato niente meno che di clonarlo, convinto che “con 100 Carlos Fuentes si potrebbe prendere il potere mondiale†–, e scopro che non è affatto difficile come immaginavo entrare in sintonia con un monumento letterario, così parto con le domande.
È uscito in Spagna il suo ultimo libro, En esto creo, annunciato come un’autobiografia in forma di dizionario. A quanto pare lei vuole continuare a sorprendere critici e lettori con le sue sperimentazioni formali…
No… è stato in seguito a un invito dell’editore francese Grasset, per una collana inaugurata da Mauriac quarant’anni fa, e quando abbiamo preso accordi per il libro ho deciso di farlo in forma di dizionario, di scrivere un Credo; non è un’autobiografia, è piuttosto un Credo. E mi rifaccio a una tradizione antica come quella dei dizionari filosofici del XVIII secolo, o a esperimenti molto più recenti come quelli di Georges Steiner, Czeslaw Milosz o dello stesso Milan Kundera, che ha scritto un saggio di questo genere. Quindi non è affatto una novità , a volte in questo modo si ordinano molto bene le idee, tutto qui. Continua a leggere









Feed RSS delle notizie