Cile, terra di poeti

Raúl Zurita

di Raul Schenardi

Il Cile è terra di poeti, si sa, e il Salone del libro di Torino quest’anno dedica ampio spazio alla poesia cilena: dai due premi Nobel, Gabriela Mistral e Pablo Neruda, a Nicanor Parra, premio Cervantes nel 2011, ai meno noti Oscar Hahn e Raúl Zurita.

Di Nicanor Parra abbiamo parlato in occasione dell’assegnazione del premio.

Ricordo che Bolaño – un altro cileno a cui sono state dedicate diverse iniziative al Salone – ha sempre dichiarato la sua preferenza per Parra. Neanch’io ho dubbi. A suo tempo scrissi questa breve nota per la rivista “BlowUp†sui rapporti fra Parra e Neruda:

Alla domanda se voleva essere il miglior poeta del Cile, Nicanor Parra rispose con la sua proverbiale ironia che si accontentava di essere il miglior poeta di Isla Negra, località dove viveva anche Pablo Neruda. E non fece mai mistero del fatto che: «Neruda fu sempre un problema per me. Una sfida, un ostacolo che incontravo sulla mia strada». Così affrontò la sfida sul piano della poetica creando l’anti-poesia, ovvero la sovversione delle pretese totalizzanti del Vate. Niente di più lontano infatti dal tono sacerdotale di Neruda, dalle sue metafore ampollose e immaginifiche, che il sommesso chiacchiericcio dell’uomo comune, impantanato in banali situazioni quotidiane, che Parra riproduce nei suoi versi. E se Neruda si ispirò a Whitman per il suo Canto general, Parra influenzò Ginsberg e Ferlinghetti, che negli anni ’60 tradussero e pubblicarono i suoi versi negli Usa. Continua a leggere

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Cile, cronache (e risate) dal trauma

Si apre domani il Salone del libro di Torino. Paese ospite, il Cile. Pubblichiamo il testo dell’intervento di Gabriella Saba, giornalista freelance che ha vissuto in Cile nei mesi drammatici del terremoto del 2010, uscito domenica scorsa sul supplemento letterario del “Corriere della seraâ€, ringraziando l’autrice.

di Gabriella Saba

Nella letteratura cilena del post dittatura ci sono ombre lunghe e ferite, humour nero, il tentativo di chiudere i conti con il passato (non solo politico) come nell’ultimo romanzo del trentottenne Alejandro Zambra, Modi di tornare a casa (Mondadori, 2012): storia di un ragazzino di nove anni che, all’epoca del regime, scopre che i genitori hanno una vita loro, che non c’entra con i bambini, una vita in cui si può decidere di defilarsi o battersi. «Da molto tempo pensavo di scrivere un libro sugli anni Ottanta e sulla dittatura», dichiara oggi Zambra. Realizzato nella forma della metafiction (la storia del bambino si interfaccia con quella dello scrittore che la racconta), il romanzo tocca il regime come metafora: il generale-despota è dapprima il personaggio televisivo che il ragazzino detesta perché compare alle ore più strane. Solo più tardi lo odierà perché è un assassino.

Strano fenomeno quello della letteratura cilena degli ultimi vent’anni. Decine di scrittori nello scenario di un dopo dittatura in cui il Cile fatica a ricomporsi. Il 5 ottobre del 1988 Pinochet perde il referendum e un anno dopo consegna alla democrazia un Paese solido e moderno ma lacerato, popolato da incubi e fantasmi che cerca di esorcizzare con l’ossessione consumista. Unico dittatore nella storia, il generale ha delegato il potere economico a un gruppo di specialisti neoliberali che hanno inventato un Cile nuovo, basato sulla combattività estrema e sulla scommessa individuale ma imbalsamato socialmente e privo di welfare. La letteratura si trova a ricostruire uno spazio artistico che era stato spazzato via o censurato e ad affrontare il senso di sconfitta e le cicatrici di diciassette anni di terrore: il Cile che racconta è frammentato e “silenziato†e vi si aggirano orfani di un’utopia e famiglie disfunzionali. Soltanto pochi autori si cimentano frontalmente con il tema della dittatura (uno di questi è Arturo Fontaine, vedi il romanzo La vida doble, 2010), ma indirettamente quell’epoca e le sue conseguenze permeano di sé i testi. Continua a leggere

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L’invasione degli argentini / 1

Negli ultimi tempi si è assistito a un rinnovato interesse dell’editoria italiana per la letteratura argentina. Proviamo a renderne conto ricordando alcune recenti pubblicazioni.

di Raul Schenardi

Tempo fa una cara amica addentro alle cose editoriali mi raccontò un episodio che mi diede da pensare. Aveva fatto una proposta a un importante gruppo editoriale, e dopo averla illustrata  ampiamente, alla richiesta di specificare la nazionalità dell’autore – argentino – si sentì rispondere: “Allora no, non si vendonoâ€.

Non ricordo se all’epoca “si vendessero†gli indiani o gli scandinavi, poco importa, gli argentini no, non si vendevano, a prescindere da qualsiasi altra considerazione: che fossero famosi o no, con un’estesa opera alle spalle o dilettanti allo sbaraglio, magari baciati dalla fortuna di un traferimento sul grande schermo. La qualità letteraria? Non credo sia una voce contemplata dal marketing.

E in effetti non so quali siano le cifre odierne delle vendite, in ogni caso ho l’impressione che negli ultimi tempi l’editoria italiana – a voler essere precisi, soprattutto quella piccola e media – sia stata letteralmente invasa da una nutrita truppa di scrittori argentini.

Proviamo a fare un elenco senza pretese di esaustività. Continua a leggere

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José Donoso

In attesa della pubblicazione del romanzo di José Donoso Il luogo senza confini, nella traduzione di Francesca Lazzarato, presentiamo ai lettori del blog la voce che gli dedica César Aira nel suo Diccionario de autores latinoamericanos, ringraziando l’autore. Laddove esistono, sono state indicate le traduzioni italiane esistenti, sia pure quasi tutte molto datate.

Nella scheda di Aira non compare Lagartija sin cola, un romanzo pubblicato postumo nel 2007 che non poteva conoscere al momento della stesura del suo Diccionario. Il romanzo è stato tradotto in italiano da Cinzia Buffa (Lucertola senza coda, Cavallo di Ferro 2012).

Qui di seguito trovate i link alle recensioni di alcuni romanzi pubblicati in Italia: Tre romanzetti borghesi; Lucertola senza coda

Ricordiamo che sul blog abbiamo già pubblicato la recensione di Francesca Lazzarato a Casa di campo e quella di Stefano Gallerani a Lucertola senza coda.

di César Aira

Traduzione di Raul Schenardi

José Donoso, Santiago del Cile, 1924-1997. Studiò nel suo paese e negli Stati Uniti. Fra i venti e i trent’anni visse in Argentina, Spagna, Messico e Stati Uniti. Fu professore di letteratura inglese, redattore della rivista «Ercilla» per quattro anni, professore in università statunitensi e dal 1967 ai primi anni Ottanta visse in Spagna. Con il suo primo libro, Veraneo y otros cuentos (1955) vinse il premio municipale di Santiago; Charleston (1960) è un altro libro di racconti, entrambi riuniti poi in Cuentos (1971). Il suo primo romanzo, già maturo e molto ben riuscito, fu Coronación (1958: Incoronazione, tr. it. Giovanna Maritano, Dall’Oglio 1966), che rivelava un limpido mestiere; seguirono Este domingo (1966) e El lugar sin límites (1967) e poi due lunghi romanzi, entrambi straordinari sforzi inventivi: El obsceno pájaro de la noche (1970; L’osceno uccello della notte, tr. it. Gianni Guadalupi e Marcello Ravoni, Bompiani 1997) e Casa de Campo (1978; Casa di campagna, tr. it. Cinzia Buffa, Cavallo di ferro 2009). In seguito pubblicò un divertimento erotico, nello stile della letteratura galante madrilena della belle époque: La misteriosa desaparición de la marquesita de Loria (1980; La misteriosa scomparsa della marchesina di Loria, tr. it. Gianni Guadalupi e Marcello Ravoni, Frassinelli 1983) e un romanzo più convenzionale sul tema dell’esilio, El jardín de al lado (1981). Continua a leggere

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La grande finestra dei sogni

È stato pubblicato in aprile un libro inedito postumo di Fogwill: La gran ventana de los sueños. Citas de mis diarios de sueño. La casa editrice Alfaguara inizia così la pubblicazione di tutta l’opera narrativa dello scrittore argentino. Pubblichiamo alcuni brani già comparsi sulla rivista «Ñ», che ringraziamo.

di Fogwill

Traduzione di Raffaella Accroglianò

“Ho appena visto Kirchner sparire dietro una portaâ€

Certo che vivo. Questo però è provvisorio. Permanente è ciò che non vivo. Si dice: “Ah… se uno potesse…â€. Invece no. Non potesse, uno. E anche se marcisse coniugando come si deve, uno non potrebbe mai. (…) Mmmmmmm di muto. La mutazione dell’anima, più una bella scrittura e si passa qualcos’altro. Per esempio, al racconto.

C’era una volta che sognai qualcosa e lo dimenticai. Questo sogno e le sue non immagini mi seguono fino a oggi, e sono passati quasi trentanove anni. Questo lo si chiama vivere, o aver vissuto, in attesa di un oblio. Adesso che l’oblio rosicchia i neuroni è naturale, ma ricordo ancora che quella volta, quasi quarant’anni fa, sognai e dimenticai, e da allora penso che il grosso della memoria sia formato da cose nere fatte di puro oblio.

La memoria è piena di oblio, piena di oblio, vuota di sé, piena di oblio, è quasi fatta di puro oblio. Uno finisce per essere fatto anche lui di puro oblio. Per qualche tempo mi proposi di ricordarmi i sogni, ovvero, di dimenticarne il minor numero possibile. Novellino, in un primo momento immaginai che per fissarli nella memoria bastasse prenderli sul serio, ricordarli al risveglio ed evocarli un paio di volte, subito dopo il risveglio. Per un certo tempo. Sembra che il sogno accada in uno spazio (sarà la mente, la coscienza, l’interiorità…?) nel quale finiranno i sogni successivi per spostarli da un’altra parte. Il nulla oscuro. Continua a leggere

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Il Ruffiano malinconico

Noé Trauman, capo dell’organizzazione criminale Zwi Migdal

di Raul Schenardi

Uno dei personaggi principali dei Sette pazzi di Roberto Arlt è Arturo Haffner, che viene presentato al lettore come un uomo dal “viso quasi tondo, pacioso e rilassato, che rivelava l’uomo d’azione attraverso la scintilla ironica e mobilissima nel fondo degli occhiâ€. Quando espone a Erdosain la sua filosofia di vita e i motivi per cui aderisce alla setta segreta dell’Astrologo, Haffner insiste su un punto: “I bordelli renderanno somme tali da poter finanziare le ramificazioni sempre crescenti dell’associazione. Sulle montagne impianteremo una colonia rivoluzionaria. Lì i nuovi adepti seguiranno dei corsi di tattica anarchica, di propaganda rivoluzionariaâ€. Un ruffiano anarchico sembra quasi un ossimoro, eppure…

Noé Trauman nella sua vita fu entrambe le cose. Questo polacco di origini ebraiche arrivò in Argentina nel maggio del 1906 con documenti falsi per sfuggire alla polizia segreta dello zar Nicola II. Uomo d’azione, non era comunque uno sprovveduto sul piano intellettuale, tanto che aveva polemizzato con Bakunin e persino con Plekhanov. Insieme ad altri immigrati polacchi diede vita alla Società Israelita di Mutuo Soccorso “Varsoviaâ€, il cui vero scopo tuttavia era l’“importazione†di giovani polacche da immettere nel mercato della prostituzione. (Ovviamente, i gruppi in cui aveva militato in Europa gli voltarono le spalle e minacciarono ritorsioni nei suoi confronti.) Continua a leggere

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La «concentrazione retorica» di Juan Carlos Onetti

Pubblichiamo un articolo sulla recente riedizione spagnola di El astillero (Il cantiere), il romanzo di Juan Carlos Onetti, uscito su “El Paísâ€.

di J. Ernesto Ayala-Dip

traduzione di Stefano Saverio Spadea

A volte succede che un romanzo ci racconta una storia che non riusciamo a comprendere a pieno. Non la capiamo perché non è ben narrata? Nella maggior parte dei casi questo può anche essere il motivo, ma, paradossalmente e in casi eccezionali, non siamo in grado di capire la storia che ci viene raccontata, nonostante sia stata scritta in maniera impeccabile. L’intelligibilità di un romanzo non sempre poggia sulla sua scrittura, né tantomeno è legata a essa. A volte non capiamo una storia che ci viene narrata semplicemente perché è impossibile comprenderla, indipendentemente da come ci viene narrata, ovvero non vi è possibilità di trasparenza. La scrittura al massimo è spettatrice impotente di questa indecifrabile valanga di parole, e cerca in tutti i modi di fare chiarezza in mezzo all’oscurità totale. Questa mancanza di chiarezza della storia non ha nulla a che fare con la chiarezza dello stile, ma con il fatto che a volte la realtà è così: inintellegibile. Faccio questa breve introduzione, perché queste settimana mi è sembrato che dare una seconda opportunità a El astillero [Il cantiere], dello scrittore uruguayano Juan Carlos Onetti (1909-1994), significava offrire un’opportunità non solo a un modo di scrivere romanzi, ma anche a una forma molto personale, e aggiungerei quasi inaugurale, della finzione nel contesto linguistico spagnolo, oltre a indicarci un modo di infondere una coscienza esistenziale. Continua a leggere

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Lemebel, forme brevi su stoffa preziosa

Fra gli invitati cileni al prossimo Salone del libro di Torino NON ci sarà Pedro Lemebel, del quale Roberto Bolaño ebbe a dire: «Lemebel non ha bisogno di scrivere poesia per essere il miglior poeta della mia generazione». Riprendiamo un pezzo che gli dedicò nel 2008 Francesca Lazzarato sul «manifesto» in occasione della pubblicazione in Italia di Baciami ancora, forestiero.

A seguire, il Manifiesto di Lemebel cui si accenna nel testo.

di Francesca Lazzarato

Hanno ragione i suoi editori, quando parlano di lui nella premessa a Baciami ancora, forestiero (Marcos y Marcos) appena presentato al Festival di Mantova: Pedro Lemebel è un incantatore. Lo si capisce appena compare nell’atrio dell’hotel di cui è ospite a Roma (oggi alle 18 ha un reading al Cervantes in piazza Navona), attirando con ironica noncuranza tutti gli sguardi, provocazione vivente in tunica beige e calzoni assortiti, un foulard che incornicia il viso bruno e arguto. A guardarlo vengono in mente i versi del Manifiesto che, letto per la prima volta nel 1986 durante la manifestazione del Partito Comunista cileno, rappresentò in certo senso l’inizio della sua carriera letteraria: «Non ho bisogno di travestimenti/Questa è la mia faccia/Parlo in nome della mia differenza…».E la sua faccia (non quella del «personaggio» che può sembrare, ma della persona che è, capace di coniugare una malinconica gioia di vivere con una grande lucidità) Lemebel l’ha messa in gioco senza esitazioni, diventando il geniale performer che con Francisco Casas ha fondato nel 1987 Las Yeguas de l’Apocalipsis e realizzato oltre 800 serate in cui il corpo, le immagini, le voci, gli oggetti interagivano per denunciare, inquietare, ricordare.

Negli anni della dittatura Las Yeguas hanno agitato le acque scure della Santiago pinochetista, finchè la placida palude della Concertación  non le ha inghiottite e messe a tacere. È stato alora che Pedro Lemebel ha aggiunto un altro tassello al puzzle della sua identità di ragazzo povero dei quartieri popolari di Santiago, di marica costretto a misurarsi con la violenza e il dileggio («ho cicatrici di risate sulla schiena»), di grande artista visuale. È subito dopo la sparizione delle Yeguas, nel ’95, che esce La esquina es mi corazón, la prima raccolta delle sue cronicas, modernissime cronache urbane scritte per essere lette ai microfoni della femminista Radio Tierra o per comparire sui giornali dell’opposizione, rigorosamente autentiche eppure trasfigurate fino ad apparire puro cuento, grazie a una scrittura sorprendente che è la vera cifra di un autore mai banale, capace di «lavorare» il linguaggio come una stoffa preziosa. A quel libro ne sono seguiti altri sette, tra cui il magnifico romanzo Ho paura torero (Marcos y Marcos 2004), per arrivare a questa antologia in cui si mescolano testi inediti e altri già apparsi nei volumi editi da Planeta. Continua a leggere

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75 storie nella testa. I giri di parole nella mente di Daniel Sada / 2

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte del saggio dedicato allo scrittore messicano Daniel Sada.

di Antonio Bertrán

Traduzione di Angela Masotti

Daniel Sada non può vedersi il viso allo specchio: non ci riesce. Negli ultimi mesi si è fatto visitare dall’oftalmologo varie volte, ma la sua vista non ha smesso di deteriorarsi a causa del diabete.

Sua moglie, Adriana Jiménez, gli legge qualcosa tutte le sere, quando non rientra troppo tardi dal lavoro. “È stato molto duro per lui, ma adesso abbiamo assunto una routine che io apprezzo molto perché, man mano che gli tornano in mente autori e opere, spaziamo da Guimarães Rosa a Rosario Castellanos o Borges, da Palinuro de México alla Divina Commedia, che leggiamo in una traduzione che lui adora, perché mantiene la metrica delle terzine dantescheâ€.

Adriana Jiménez dà lezioni di letteratura all’Universidad Autónoma e tiene corsi di scrittura, oltre a scrivere poesia e narrativa. La loro unione dura da quindici anni, durante i quali la letteratura è stata una passione condivisa. In altri tempi, però, la dedizione di Sada per le lettere è stata causa della rottura di una delle sue relazioni. Racconta un’amica comune, tacendo il nome della donna, che lo scrittore le suggeriva, o meglio “pretendeva†che leggesse diversi autori, oltre alla sua stessa opera, finché lei non ne poté più e lo lasciò.

Adriana è una grande lettrice, parla con scioltezza dell’opera di suo marito ed è la sua critica più dura. La coppia si è conosciuta in un corso di scrittura tenuto dallo scrittore nel 1989, presso la sede della Dirección de Literatura del inba. A lei bastò vederlo per sentirsi attratta da quel professore che portava la barba e dei “maglioni con le greche molto belliâ€. In seguito avrebbe scoperto che la sua nozione del ritmo non era solo verbale: “Balla stupendamente bene e gli piace di tutto: polka, salsa, walzer e corriditas norteñasâ€. Anche lui avrebbe confessato molto tempo dopo di essersi sentito attratto da lei, ma durante i mesi in cui durò il corso quell’interesse non sfociò in nulla di serio. Si incontrarono di nuovo circa cinque anni dopo, a una fiera del libro, e si scambiarono i numeri di telefono. “Un giorno mi chiamò e mi invitò a un’esposizione al Museo Tamayo, non ricordo quale fosse. Da allora cominciammo a vederci più spesso. Andavamo alla terrazza panoramica della Torre Latinoamericana e poi al tradizionale caffè La Blanca, che piace moltissimo a Daniel e dove fanno un café con leche stupendoâ€. Il corteggiamento incluse fiori e profumi, ma non poesie. Un giorno, dopo sei mesi di fidanzamento, Sada le chiese di sposarlo e andò in visita dai suoi genitori per chiedere la sua mano. Lo accompagnò sua madre, doña Moraima Villarreal Gutiérrez, che ora ha ottantasei anni. Suo padre invece è morto già da quindici anni.

Federico Campbell assicura che il suo amico “non ha il minimo gusto per i vestitiâ€, ed Élmer Mendoza sostiene che “non sa scegliere le cravatteâ€, però il giorno delle nozze appariva impeccabile, con uno smoking all’altezza del vestito della sposa.  La cerimonia fu celebrata il sabato 16 giugno 1996 alle undici di mattina, davanti al retablo barocco della Chiesa di San Fernando, nel centro di Città del Messico. Sada aveva quarantatre anni e lei trentadue, e quel giorno ballarono senza tregua, perfino per la strada sotto la pioggia, mentre gli automobilisti li salutavano suonando il clacson.

Due anni dopo nacque la loro figlia Fernanda. La vita della famiglia Sada Jiménez scorreva serena, finché un giorno del 2003 lui non ricevette una chiamata telefonica da una ragazza di Culiacán di nome Gloria, che affermava di essere sua figlia. Aveva ventisei anni e gli riferì nei minimi particolari la relazione che lui aveva avuto con sua madre.

Quando si fa cenno alla questione, lui si porta la mano destra al petto e ribatte, guardando dritto negli occhi:

– Questo appartiene alla mia vita personale.

Si limita a dire che prese l’avvenimento “con naturalezza, anzi mi fece piacereâ€, e aggiunge che Gloria ha ora trentaquattro anni ed è madre di due bambine, Marla e Ximena. A loro, a sua figlia Fernanda e a sua moglie Adriana è dedicata la sua opera più recente, A la vista (Anagrama), un romanzo sul “grandissimo senso di colpa†che devono scongiurare due camionisti dopo aver ammazzato a colpi di pistola il padrone che li ha sfruttati per vent’anni.

“Jaime, ho finito di leggere il tuo manoscritto. Non funzionaâ€. “…†Jaime non si difende. Sa che sarebbe inutile. Dopo un mese di attenta lettura, il suo maestro, Daniel Sada, ha trovato debole la sostanza del suo testo. Un anno di elaborazione del romanzo durante il corso di scrittura e un mucchio di cartelle da buttar via, perché non si tratta di cambiare un capitolo o correggere lo stile: bisogna ricominciare da capo. Lo scrittore li aveva avvertiti fin dal primo giorno: “Pretenderò da voi molto, tutto. Ma vi sosterrò anche molto, in tuttoâ€. Da allora sono dovuti passare due anni di sforzi e altre due versioni del manoscritto perché alla fine Sada dicesse: “Questa è la tua storia!â€.

Il risultato del processo è stato Rabia (Alfaguara, 2008), romanzo con cui Jaime Mesa ha esordito nel mondo editoriale. Il giovane scrittore ha in programma per il 2012 l’uscita di Los predilectos, sempre per Alfaguara. Mesa, all’età di ventun anni, aveva preso parte al corso che Sada impartiva a Puebla nel 1998. Quando era stato il suo turno di presentarsi, aveva detto: “Ho scritto cinque romanziâ€. “Guarda un po’, hai scritto più di me†era stata la risposta di Sada, con un sorriso sardonico.

Per più di venticinque anni, dalla sua prima esperienza alla Casa de la Cultura di Campeche, Sada ha dato corsi di poesia e narrativa in diverse città del paese. Dice di farlo perché non vuole restare rinchiuso, a macerarsi nella propria opera.

– Un modo per alleggerire il lavoro letterario è tenere corsi di scrittura, considerando anche che vedendo le opere nel loro farsi imparo molto dalle soluzioni trovate dagli allievi.

Interpellando chi è passato dai corsi dello scrittore per farsi raccontare quell’esperienza si ottengono risposte entusiaste. Eunice Mier, autrice di Intacto (Porrúa, 2011), assicura che i suoi commenti taglienti vanno al cuore dei personaggi e della storia. Ricorda così la lezione più memorabile del corso: “Finii di leggere. Mi guardò e accavallò le gambe. Dissi: non funziona, vero? Scosse la testa. Non so come scriverlo altrimenti, replicai, e sentii la nausea della disapprovazione. Allora lui mi disse: Eunice, questo personaggio merita la tua migliore scrittura. Riscrivi da capo tutto il romanzoâ€.

Durante le lezioni settimanali, per corredare le sue osservazioni, Sada suole citare a memoria poesie e incipit di romanzi consacrati. Non si stanca di ripetere che se non si legge abbastanza, “e non è mai abbastanzaâ€, non si può essere buoni scrittori. Martín Solares ricorda che uno dei suoi consigli è “individua chi sono i tuoi maestri sul tema e sali sulle loro spalleâ€. Un altro dei suoi insegnamenti riguarda la costanza del lavoro, che esige sacrificio. “Dice sempre ai suoi allievi di alzarsi molto presto e dare ai loro romanzi le migliori ore del giorno, prima di andare al lavoroâ€.

La sua “franchezza di uomo del nordâ€, afferma la giornalista Rosa María Villarreal, viene fuori al momento di criticare i testi, e anche per “buttare fuori†le persone dai suoi corsi. “Quando Daniel si rende conto che un allievo non capisce o non fa caso alle sue osservazioni, gli dice: ‘Questo corso non fa per te’, e lo indirizza da qualcun altroâ€.

Può però anche succedere che – come nel caso di Isaí Moreno, dopo tre anni e mezzo di partecipazione al corso da cui è scaturito il suo romanzo Adicción (Planeta, 2004) – Sada dica: “Ormai non hai più niente da fare qui: dovresti dare tu stesso un tuo proprio corsoâ€. Ciò non spezza il legame, trasforma solo l’allievo in amico e le lezioni in conversazioni da caffè letterario.

In una fotografia che sua madre ha serbato, Daniel Sada appare a cinque anni vestito con l’uniforme dei Caballeros Ãguila di Mexicali, nell’atto di lanciare una palla. Era la mascotte di questa squadra di baseball, di cui suo padre era dirigente, e per questo gli piace dire di aver imparato le regole di questo sport ancor prima che a leggere e a scrivere. Oggi è un tifoso degli Yankees di New York e dei Diablos Rojos di Città del Messico, mentre nel calcio tiene per i Chivas di Guadalajara. Il calcio l’ha praticato anche un po’ in gioventù. Ricorda José María Espinasa: “Di sabato ci trovavamo sul prato che c’era dov’è oggi il parcheggio della Facoltà di Filosofia e Lettere della unam, per fare una partitella. Mi ricordo che c’erano, tra gli altri, Pancho Hinojosa, Hermann Bellinghausen e José Luis Rivas. Daniel non correva molto, ma aveva senso della posizione e visione di giocoâ€.

Un’altra delle passioni di Sada sono gli scacchi, a cui gioca con gli amici di tanto in tanto, ma nel tempo ha avuto due avversari di rilievo: Juan José Arreola, che sconfisse perché “non era molto bravo, era più un romantico degli scacchi che altroâ€, e il campione mondiale Veselin Topalov, con cui gareggiò nel febbraio 2006 in una esibizione di partite simultanee a cui parteciparono anche gli scrittori Vicente Leñero ed Eliseo Alberto. Non vinse, ma fu uno degli ultimi a essere sconfitto dal bulgaro.

Non sa cucinare, ma si considera “un mezzo gourmetâ€. Gli piace la cucina francese e italiana, ma quella che ama di più è la cinese, senza essere troppo esigente. Una volta invitò a pranzo il suo editore di Anagrama, Jorge Herralde, e lo portò in un semplice ristorante cinese della Zona Rosa. Lo scrittore Federico Campbell, che faceva parte del gruppo, inizialmente si stupì per la scelta di un posto così “poco sofisticatoâ€, ma alla prova dei fatti “il cibo risultò eccellenteâ€. Continua a leggere

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75 Storie nella testa. I giri di parole nella mente di Daniel Sada

Pubblichiamo oggi la prima parte di un «profilo» dello scrittore messicano Daniel Sada (1953-2011), comparsa sulla rivista «Gatopardo», che ringraziamo insieme all’autore. Daniel Sada è ancora sconosciuto al pubblico italiano, ma apprezzatissimo in patria e fra i lettori di lingua spagnola. E fra i più stimati da Roberto Bolaño.

di Antonio Bertrán

traduzione di Angela Masotti

Daniel Sada è nudo. Seduto davanti alla macchina da scrivere, dopo aver cambiato la bobina, batte affannosamente sui tasti con le mani macchiate d’inchiostro. È notte fonda e fa freddo, ma quando lavora i vestiti gli danno fastidio. Non ha altra scelta che rubare ore al sonno, perché alle nove del mattino dovrà essere al suo posto di revisore di testi all’Universidad Autónoma Metropolitana. Fuma una sigaretta dopo l’altra, e quasi con la stessa frequenza utilizza il liquido correttore. Quando il foglio non regge a un’ulteriore correzione, non esita a strapparlo via dal rullo per cominciare di nuovo.

Lo ossessionano i giri di parole, può passare un’intera giornata su una frase, perfino su una parola, rigirandosela in testa. Arriva a scrivere fino a cinque versioni della stessa opera, che sia racconto o romanzo, e di una poesia anche molte di più.

Così lavorava l’autore messicano vent’anni fa, quando scriveva il suo secondo romanzo, Albedrío (Leega Literaria, 1989), che è ambientato nell’arido nord del Messico e narra la storia di un bambino, Chuyito, che si unisce a una compagnia di zingari che si sposta di villaggio in villaggio per proiettare, con un rudimentale sistema, un unico vecchio film.

Oggi Daniel Sada non può scrivere. All’inizio di quest’anno [2011, NdT], un diabete a lungo trascurato gli ha scatenato problemi renali, cardiaci e polmonari, oltre a provocargli una considerevole riduzione della vista.

È una soleggiata mattina di settembre. Lo scrittore, che il prossimo 25 settembre compirà cinquantanove anni, esce da una stanza e cammina lentamente verso il salotto di casa sua. Continua a leggere

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